Una discussione all’italiana
Le Province (come a suo tempo l’ICI) sono diventate agnello
sacrificale di una politica che o non conosce i problemi veri o non vuole
affrontarli (forse metà e metà).
In Italia ci sono più di 8000 Comuni. Troppi e moltissimi
troppo piccoli per poter fornire servizi decenti alle loro comunità. L’idea di
fonderne fra loro due o tre mila urta contro le storie e le culture di
campanile. È un’idea giusta ma troppo lunga da realizzare: forse impossibile.
Quindi, nel mondo reale, è indispensabile che ci sia un punto istituzionale di
raccordo tra i Comuni piccoli. Per fornire massa critica alle loro attività di
servizio e dargli voce nel rapporto con la Regione che altrimenti li ignora.
Se si dovessero davvero sciogliere le Province, un minuto
dopo si dovrebbe progettare un Nuovo Ente Territoriale che possa svolgere
funzioni di raccordo tra i comuni minori. Ha senso? No, non ha senso.
Non dico che si debbano tenere le province così come sono.
Dico che si possono riformare in modo da farle costare di meno mantenerne una
funzione utile.
La riforma funzionale (e genetica) delle Province è molto semplice: se non c’è bisogno di
funzioni esecutive di governo ma solo di coordinamento e rappresentanza, basta
che i sindaci eletti in quel territorio compongano il nuovo “Consiglio” o
Assemblea (o come si vuole) Provinciale. Senza compenso aggiuntivo, perché coordinarsi
diviene parte delle loro funzioni istituzionali. Senza Assessori e Consiglieri
aggiuntivi perché bastano gli assessori dei singoli Comuni e la loro
(obbligatoria) collaborazione. Senza uffici e dirigenti perché si tratta solo
di interconnettere quelli esistenti presso i Comuni. In questo modo si evitano
anche le elezioni del Presidente e dei Consiglieri. Il Presidente sarebbe
semplicemente scelto (eletto) dal Consiglio dei Sindaci, magari con mandato breve.
Non è una proposta nuova: se ne è parlato tante volte nelle
varie audizioni presso Camera e Senato degli ultimi dieci anni. Non è una
riforma che si presta a essere strillata ma può funzionare: senza costi e
sovrapposizioni. Difficile immaginare, per questi stessi motivi, che il
legislatore la farà propria. Si continuerà a sbandierare la soppressione delle
Province mentre si strizza l’occhio a una loro possibile rinascita.
Infine, se dovessimo dire qual è la scala delle priorità,
l’agnello sacrificale delle Province non è nemmeno il più grasso fra quelli
esistenti. Forse si dovrebbe cominciare dalla riforma del bicameralismo
perfetto e delle funzioni della seconda camera (con cui si può dare risposta
allla rappresentanza delle comunità locali). Per non dire che forse, da punto
di vista costi benefici, sarebbe bene ripensare la funzione legislativa ed
esecutiva delle 20 Regioni e del loro rapporto con le istituzioni e le comunità
locali. Io comincerei da queste: dai 1000 consiglieri regionali che sono pagati
tre volte più di un sindaco (per non dire dei benefit) e lavorano dieci volte
meno.
