lunedì 8 luglio 2013

Province “agnello sacrificale”




Una discussione all’italiana

Quella sulle Province da abolire è una classica vicenda italiana contemporanea. Non si riesce a fare nessuna riforma seria e pensata con cura. La pressione dell’opinione pubblica cresce. La politica e il Governo decidono che qualcosa bisogna dare in pasto alle proteste. Si fa un gesto simbolico (non necessariamente coerente), poi ci si ripensa, poi si riconferma la decisione in attesa di ripensarci…

Le Province (come a suo tempo l’ICI) sono diventate agnello sacrificale di una politica che o non conosce i problemi veri o non vuole affrontarli (forse metà e metà).

In Italia ci sono più di 8000 Comuni. Troppi e moltissimi troppo piccoli per poter fornire servizi decenti alle loro comunità. L’idea di fonderne fra loro due o tre mila urta contro le storie e le culture di campanile. È un’idea giusta ma troppo lunga da realizzare: forse impossibile. Quindi, nel mondo reale, è indispensabile che ci sia un punto istituzionale di raccordo tra i Comuni piccoli. Per fornire massa critica alle loro attività di servizio e dargli voce nel rapporto con la Regione che altrimenti li ignora.

Se si dovessero davvero sciogliere le Province, un minuto dopo si dovrebbe progettare un Nuovo Ente Territoriale che possa svolgere funzioni di raccordo tra i comuni minori. Ha senso? No, non ha senso.

Non dico che si debbano tenere le province così come sono. Dico che si possono riformare in modo da farle costare di meno mantenerne una funzione utile.

La riforma funzionale (e genetica)  delle Province è molto semplice: se non c’è bisogno di funzioni esecutive di governo ma solo di coordinamento e rappresentanza, basta che i sindaci eletti in quel territorio compongano il nuovo “Consiglio” o Assemblea (o come si vuole) Provinciale. Senza compenso aggiuntivo, perché coordinarsi diviene parte delle loro funzioni istituzionali. Senza Assessori e Consiglieri aggiuntivi perché bastano gli assessori dei singoli Comuni e la loro (obbligatoria) collaborazione. Senza uffici e dirigenti perché si tratta solo di interconnettere quelli esistenti presso i Comuni. In questo modo si evitano anche le elezioni del Presidente e dei Consiglieri. Il Presidente sarebbe semplicemente scelto (eletto) dal Consiglio dei Sindaci, magari con mandato breve.

Non è una proposta nuova: se ne è parlato tante volte nelle varie audizioni presso Camera e Senato degli ultimi dieci anni. Non è una riforma che si presta a essere strillata ma può funzionare: senza costi e sovrapposizioni. Difficile immaginare, per questi stessi motivi, che il legislatore la farà propria. Si continuerà a sbandierare la soppressione delle Province mentre si strizza l’occhio a una loro possibile rinascita.

Infine, se dovessimo dire qual è la scala delle priorità, l’agnello sacrificale delle Province non è nemmeno il più grasso fra quelli esistenti. Forse si dovrebbe cominciare dalla riforma del bicameralismo perfetto e delle funzioni della seconda camera (con cui si può dare risposta allla rappresentanza delle comunità locali). Per non dire che forse, da punto di vista costi benefici, sarebbe bene ripensare la funzione legislativa ed esecutiva delle 20 Regioni e del loro rapporto con le istituzioni e le comunità locali. Io comincerei da queste: dai 1000 consiglieri regionali che sono pagati tre volte più di un sindaco (per non dire dei benefit) e lavorano dieci volte meno.

martedì 2 luglio 2013

PD reale e PD virtuale

Ancora oggi i giornali danno conto del "dibattito" interno al PD: nessun contenuto politico, nessuna proposta per il Governo, nessun disegno per il futuro del Partito, le emergenze economiche e sociali del paese sono scomparse. Delle riforme necessarie si è persa traccia. Tutta l'attenzione è su chi si deve candidare alla segreteria del partito, chi a dirigere la coalizione (?), chi deve aspettare e candidarsi più avanti, chi non si autocandida nella speranza di essere sollecitato a farlo da altri. Dietro le dichiarazioni traspare l'idea che la battaglia per chi guiderà il PD, chi guiderà il Governo e chi sostituirà Napolitano è tutta interna. Il voto degli iscritti è scontato, quello dei cittadini pure, quello dei parlamentari persino automatico. Non sembra che negli ultimi mesi le cose reali siano andate nella direzione immaginata dai capi corrente, ma a loro della realtà non importa poi molto. La cosa che gli sta più a cuore è non perdere il video game politico che stanno giocando da mesi, forse da anni.
Non se ne può più. 
Sarebbe urgente che il PD reale che ancora c'è staccasse la spina a questi incalliti video-giocatori: si tratta ormai di un caso di dipendenza dal mondo virtuale.

lunedì 1 luglio 2013

rendere conto in democrazia è un dovere morale

❏ chi ha ricevuto un mandato deve rendere conto a chi gliel'ha conferito (con la stessa trasparenza con cui l'ha ricevuto, con la stessa ampiezza)
❏ (chi riceve un mandato da elezioni primarie non può risponderne in un organo dirigente ristretto, così come chi riceve un mandato dal Parlamento ne risponde in Parlamento)
❏ se si vuole che la democrazia delegata non sia indebolita da forme spurie di intromissione (come lo streaming) è necessario che si dia regole certe di rendicontazione
❏ il suffragio largo rafforza il conferimento del mandato, la partecipazione ne rafforza la fase attuativa, la rendicontazione consente la verifica del mandato
❏ questo criterio dovrebbe riguardare sia il nuovo partito, sia i governi (nazionale, regionale, comunale), sia le organizzazioni rappresentative: è un criterio "generale" per una buona democrazia
❏ questo criterio dovrebbe essere regola anche per le associazioni private e la loro democrazia interna
❏ la rendicontazione consente di verificare sia chi ha ricevuto il mandato sia chi lo ha conferito: mette alla prova la giustezza delle scelte di entrambi
❏ lo streaming durante l'esercizio del mandato ne limita ex ante gli spazi (i media hanno un linguaggio che deforma la realtà mentre la rappresenta), la rendicontazione misura ex post gli spazi di libero esercizio del mandato ricevuto
❏ lo streaming in democrazia è "di destra" perché inibisce, la rendicontazione è "di sinistra" perché consente giudizi meditati
❏ la rendicontazione frequente (annuale), prima della scadenza dei mandati aiuta la comprensione e facilita la partecipazione: lubrifica l'esercizio democratico

domenica 30 giugno 2013

non ci si può chiamare fuori

PS. Sono stato criticato sul tema dell’autonomia per il blog di ieri, devo precisare. Credo nell’autonomia (di analisi, di opinione, di funzione, di azione, di programma, di voto) del sindacato dai partiti, del sindacato dal Governo, del nuovo Pd dal Governo. Ma l’economia del Paese sta affondando, il lavoro è stato marginalizzato persino nella cultura di sinistra, il Pd è incagliato nelle dispute tra capi-fazione, il sindacato sente i colpi della crisi, il Governo annuncia montagnole e produce topolini. Rivendico la necessità di un sindacato che metta non se stesso ma il lavoro al centro della politica e dell’azione di Governo e che partecipi da protagonista nella discussione congressuale sua e della sinistra. Non ci si può chiamar fuori.

sabato 29 giugno 2013

Forma e contenuto



❏ Il Nuovo Partito della Sinistra di Barca e il Piano del Lavoro della Cgil sono le uniche opzioni di profilo strategico che ci sono in questo momento nel Paese: il resto è battaglia di potere (nel partito) e piccolo cabotaggio (nel Governo)
❏ Il nuovo PD di Barca e il Piano del Lavoro della Cgil possono essere il nuovo contenitore e il nuovo contenuto da cui partire per ripensare la sinistra?
❏ Cos'hanno in comune:
❏ 1. Condividono un obbiettivo: aggregare più saperi e più competenze nella società civile (attorno al nuovo partito e alla nuova politica di governo)
❏ (non bastano i vecchi saggi, le loro esperienze accumulate ieri, senza la sperimentazione di nuove idee e nuove energie oggi)
❏ 2. Condividono un percorso: ricostruire dal basso il circuito virtuoso di idee e azioni che si è inceppato e che nessuno dall'alto vuole (o è in grado) di riparare.
❏ (i trombi e gli emboli che si sono generati nel circuito delle idee e delle azioni tolgono ossigeno ai vertici istituzionali nazionali e fanno deperire gli organi periferici)
❏ 3. Condividono un metodo: arricchire la democrazia rappresentativa con sedi riconosciute di partecipazione alle analisi, alle decisioni, ai controlli in itinere
❏ (scartando la scorciatoia della democrazia diretta a sovranità limitata, via rete o via Tv,  dei nuovi populismi)
❏ 4. Condividono l'idea che la sintesi tra punti di vista e interessi (diversi) sia possibile e fruttuosa se avviene in luoghi aperti e trasparenti e non nel chiuso di luoghi ristretti in cui pochi pensano e  decidono per tutti
❏ (il fine del buon governo, la ricerca del bene comune è possibile se si coinvolge la comunità tra un'elezione e l'altra in maniera pro-positiva e non solo referendaria abrogativa)
❏ 5. Condividono la necessità di riformare il sistema istituzionale sperimentando sul campo forme nuove prima di disegnarne a tavolino riforme improbabili
❏ (nuove relazioni funzionali tra Comuni e Regioni, tra Regioni e Stato finalizzate alla programmazione, sedi di aggregazione dei comuni minori per partecipare alla programmazione, conferenze locali dei servizi per attivare i progetti)
❏ 6. Condividono l'obbligo di usare localmente le risorse disponibili per affrontare i bisogni delle comunità che abitano i territori e dare ossigeno alle loro potenzialità
❏ (le risorse che ci sono oggi, in attesa che l'Europa cambi politica, che la crescita produca risorse nuove, che la riforma fiscale faccia pagare chi non paga)
❏ Il Piano del Lavoro della Cgil, nella sua versione ristretta, è una politica economica che agisce dal lato della domanda per creare lavoro mediante innovazione e qualità, dà nuovo ruolo al soggetto pubblico, coinvolge i privati
❏ (in altro modo si potrebbe dire: avvia la modernizzazione del Paese attraverso indirizzi nazionali di lungo periodo,  programmi regionali a medio termine, progetti locali a breve)
❏ Il Piano del Lavoro della Cgil, nella sua versione generale, contiene presupposti di riforma della Pubblica Amministrazione, della gestione dei servizi pubblici, del Mercato del Lavoro, del sistema di welfare universale
❏ (necessita di snellimenti delle procedure e certezza dei tempi e dei costi amministrativi, di forme di arricchimento attivo del lavoro e sua regolazione, di welfare omogeneo e diffuso sul territorio)
❏ Nei prossimi 12 mesi ci saranno sia il congresso del Pd che quello della Cgil: molti parteciperanno ad entrambi. Forma del partito e contenuto delle politiche si possono discutere separatamente oppure insieme. Senza violare le funzioni di ciascuno.



Non c'è più tempo da perdere


  Il Partito Democratico va ricostruito: nella sua identità, nei suoi valori, nel suo programma di governo
Non basta un congresso per fare questo, non serve questo congresso del chi comanderà il PD senza aver prima condiviso cosa deve essere il PD e le sue finalità
Il PD è dominato da correnti (factiones) e da beneficiati (clientes): non sono correnti di pensiero, sono correnti di potere
Non sarà un nuovo/vecchio compromesso di potere tra capi-corrente a ricostruire il PD in cui si riconoscano i fondatori, il popolo delle primarie e gli elettori di sinistra
Bisogna impedire che il congresso chiuda il dibattito con un compromesso di potere (valido fino alla prossima sconfitta elettorale)
Impedire che questo avvenga è ancora possibile: lo possono fare solo i congressi territoriali e regionali del PD, dove il PD esiste ancora anche oltre i funzionari
Perché i congressi territoriali abbiano un peso devono essere aperti, discutere di identità, valori, programmi e non accettare supinamente  la discussione romana
i congressi territoriali del PD devono essere fatti in una logica federale: costituiamo il PD dei territori e poi aderiamo alle tesi e alle federazioni con cui siamo più omogenei
Se facciamo i congressi territoriali del PD ripercorrendo la discussione nazionale e dividendoci sulla base delle correnti nazionali il PD è morto
Sopravviveranno solo pochi funzionari e pochi centri di potere: supporti locali dei capi-famiglia nazionali
Che tipo di nuovo Partito o nuovo PD? l'unica proposta fatta finora è quella di Fabrizio Barca: un partito aperto, locale, separato dalle istituzioni, che raccoglie i saperi, le conoscenze, le competenze che ci sono nei territori
Su queste conoscenze, su queste competenze e su queste energie che ci sono nei territori, si costruiscono identità, valori, programma di governo
Le sezioni e i circoli del PD devono diventare il serbatoio fresco delle proposte del partito e non i magazzini sempre più vuoti e polverosi del consenso dei leader
Fino a quando non emergeranno altre idee di nuovo partito, discutiamo della proposta di Barca e avviamo la discussione congressuale
Ricostruire il PD: aperto, territoriale, federale, partecipato, di massa, innovativo, giovane, che discute prima di decidere, che attrae i saperi e non respinge i militanti e non esclude gli elettori
Durrante i primi secoli del cristianesimo si distingueva tra chi poteva stare sempre in Chiesa e chi era obbligato a uscire durante la liturgia per i soli iniziati: per aprire la nuova religione a tutti si è cambiata anche l'architettura delle Chiese
Non vogliamo un Partito di sinistra (un PD) per iniziati e correnti sacerdotali: così si perdono e si perderanno le elezioni, si disperderà il popolo: al popolo non interessa la casta sacerdotale
i dirigenti locali che credono sia possibile ricostruire il PD devono aprire le sezioni a una discussione libera e senza sbocchi precostituiti: subito perché è già molto tardi
PS. le feste d'estate possono essere occasione delle solite sfilate dei leader o l'avvio della ricostruzione larga e partecipata: dipende solo da noi

giovedì 20 giugno 2013

Convegno a Villa Piccolomini sul Piano del Lavoro

dal Parco di Villa Piccolomini

 Nella bellissima cornice di Villa Piccolomini sull'Aurelia Antica a Roma, ieri si è tenuto un seminario sulle politiche economiche per la crescita, a partire dalla proposta del Piano del Lavoro della Cgil.

Questa è la nota che abbiamo illustrato con Riccardo Sanna dell'Ufficio Economico della Cgil nazionale.

A) Analisi
              La portata recessiva e depressiva della crisi non ha precedenti. L’Italia subisce la crisi con un’intensità maggiore degli altri principali paesi industrializzati, registrando tassi negativi nella dinamica di tutte le principali variabili economiche. Ad eccezione di alcune imprese esportatrici, la crisi colpisce migliaia di imprese edili, manifatturiere, di servizio. Il sistema bancario soffre di carenza di liquidità e non eroga crediti alle imprese.

 Tutti gli ultimi dati sulla crescita e l’occupazione europea indicano incertezza nella ripresa. Anche immaginando una possibile ripresa, in questo contesto internazionale, con l’attuale sistema economico-produttivo italiano, il recupero dei livelli pre-crisi (2007) del PIL, dell’occupazione e dei salari non potrà avvenire prima di molti anni. Prendendo come riferimento le previsioni dell’Istat - senza elaborare modelli econometrici originali - e proiettando nel tempo i tassi previsti per il 2014 del PIL reale (0,7%), dell’occupazione (0,1%) e delle retribuzioni di fatto lorde reali (-0,4%), il livello del PIL pre-crisi si recupererebbe solo nel 2026, quello dell’occupazione non prima del 2076, mentre il potere d’acquisto dei salari non si recupererebbe mai (essendo negativo).
Tale simulazione ha come scopo quello di ribadire che la cosiddetta ripresa non può essere attribuita a una semplice inversione di tendenza. Per uscire dalla crisi e aumentare la crescita potenziale, perciò, occorre un cambio di paradigma nelle politiche economiche e sociali.
 La centralità del lavoro nelle scelte di politica economica deve rispondere ai vuoti della domanda di cui soffre l’economia italiana. La creazione di occupazione può creare crescita, che a sua volta crea nuova occupazione. Il Piano del Lavoro proposto dalla CGIL si fonda sull’idea di rispondere alla crisi globale e al declino dell’economia italiana attraverso un forte sostegno alla domanda e alla riqualificazione dell’offerta, che avvengano proprio con un piano straordinario di creazione di nuova occupazione, attraverso nuovi investimenti pubblici e privati, verso l’innovazione e i beni comuni. Per questa via è possibile anche aumentare nel medio periodo il potenziale di crescita e di sviluppo del Paese precedente alla crisi.
 
             Di fronte a questa analisi purtroppo realistica (confermata dagli uffici studi di Confindustria e Confcommercio) la Cgil avanza la proposta del Paino del Lavoro.

B) Proposta
     Il Piano del Lavoro della Cgil intende avviare una crescita economica e dell’occupazione trainata dal lato della domanda e, indirettamente, qualificare l’offerta (industrie, servizi, banche, PA  ).
Non una domanda purché sia: investimenti e consumi di innovazione e qualità (il Piano è Keynesiano e Schumpeteriano insieme: interventi mirati e selettivi).
Non un lavoro purché sia: ma ricco di saperi, qualificato, aperto alle capacità e competenze, tutelato anche se flessibile e autonomo.

      Partire dalla domanda significa partire dalle arretratezze del Paese (molte) e dalle potenzialità: per noi la domanda si declina in bisogni dei territori, delle comunità e delle persone.
       I bisogni prioritari: riassetto idro-geologico, rischio sismico, sicurezza scuole, TpL, ICT, logistica, ciclo rifiuti, risparmio energetico, bioedilizia, green e blue economy, bonifiche ambientali, istruzione, assistenza anziani, diffusione omogenea Lea, patrimonio artistico, ecc.

       Il Piano non è un Gosplan che il Governo scrive una volte per tutte e per tutti e nessuno applica, nemmeno tanti piani di settore: si articola in Indirizzi programmatici nazionali, Priorità Regionali, Progetti Operativi Territoriali; in questo senso è un’evoluzione decentrata di “Industria 2015”.

       Il Piano è proposto e sollecitato da un confronto nazionale con il Governo e dalla contrattazione territoriale con Regioni e Comuni.

        Il Piano è aperto fin dalla fase ideativa e realizzativa a forze sociali, imprese, istituzioni, Università, ricerca, associazioni disponibili a livello territoriale: necessita di partecipazione e diffonde responsabilità.

        Il Piano è immaginato su risorse esistenti (dati un riequilibrio interno al gettito tributario e una maggiore flessibilità del patto di stabilità): fondi europei non spesi, revisione finalizzata spesa pubblica, Cassa Depositi e Prestiti, Fondi comuni investimento, ecc.

        Il Piano muove da una spesa pubblica che coinvolge investimenti privati sui Progetti Operativi concordati e su domanda pubblica che dà certezze di modalità e tempi (senza essere finanziata dal pubblico).   

        L’attuazione del PdL è favorita da una politica europea espansiva ma può anche avviarsi in attesa: la Cgil propone la mutualizzazione di parte del debito di tutti i paesi. Il PdL facilita la definizione di un riassetto istituzionale, di una riqualificazione anche contrattuale del mercato del lavoro, di una riorganizzazione del welfare e della Pubblica Amministrazione a  partire da buone pratiche.

martedì 18 giugno 2013

Il Piano del Lavoro Cgil

Giovedì 20, a Villa Piccolomini a Roma, organizzato da Il Diario del Lavoro, terremo un seminario sulle politiche della crescita e sulla proposta della Cgil del Piano del Lavoro.

Ne parleremo con imprenditori, amministratori, sottosegretari e sindacalisti, economisti, esperti del tema.

lunedì 17 giugno 2013

basta coi settori...

Un altro punto che unisce il Piano del Lavoro della Cgil con quello che ha in testa Fabrizio Barca è il superamento della programmazione settoriale. Finalmente: basta con il la lista dei provvedimenti verticali di settore, pensati a Roma, più a partire dalle risorse che dalle potenzialità, affidati alla spontanea iniziativa dei singoli operatori (indipendentemente dagli obbiettivi generali). Il Piano del Lavoro della Cgil si attiva per progetti territoriali. In quel territorio preciso, per trattare in maniera sostenibile i rifiuti, c'è bisogno di programmare uso e produzione di energia, bonifica delle discariche, efficienza nella raccolta differenziata, traffico urbano, formazione del cittadino e dei produttori, innovazione tecnologica e organizzativa, sistema degli orari dei servizi. Forse dovrò chiedere al settore agricolo di usare meno fertilizzanti, forse dovrò chiede all'Università di fare un nuovo corso di studi sul tema. Nel singolo progetto (rifiuti, trasporto, assetto idrogeologico, rischio sismico, bonifica siti industriali nuova edilizia, welfare integrato, ecc) dovrò utilizzare molte filiere e molti settori. Ma con un obiettivo condiviso.
Il vantaggio di questo metodo è anche che le poche risorse a disposizione diventano più mirate e selettive: a chi condivide il progetto e vi partecipa, non a tutti a prescindere.
Programmare il Paese per settori è come se uno riorganizzasse gli uffici e i dipartimenti di un Comune senza preoccuparsi del se e del cosa faranno poi insieme (per il bene comune).

domenica 16 giugno 2013

il Piano del Lavoro e il nuovo PD

C'è qualche nesso tra il progetto di Barca della "mobilitazione cognitiva" (il partito in cui ognuno mette la propria idea) e il Piano del Lavoro della Cgil?
Io ne ho colto qualcuno.
Intanto l'idea che per realizzare bene un progetto non basta deciderlo a Roma. Se non ci si misura quotidianamente con la sua realizzazione. E lo si migliora confrontandolo con diversi soggetti e diverse competenze.
Anche il Piano del Lavoro non si ferma alla discussione col Governo a Roma ma si realizza nei territori (Regioni e Comuni). Anche il Piano del Lavoro funziona se mobilita i saperi e li confronta fra loro: dove sono e dove vivono. Senza supporre di possederli già tutti. Il sindacato può essere catalizzatore ma da solo non basta.
Nella palestra cognitiva, dice Barca, c'è già il nuovo partito che nasce.
Nella ideazione e realizzazione locale di un progetto (il trattamento dei rifiuti piuttosto che non il trasporto pubblico) c'è già il nuovo lavoro che nasce. Se si esce dagli uffici tecnici e ci si misura con le proposte e le idee di molte persone: "Creazione di lavoro a mezzo di lavoro".
Una rete di saperi e proposte, non una rete di obiezioni.
Creazione del nuovo partito dal basso, attraverso la partecipazione "cognitiva".
Creazione di lavoro dal basso, attraverso la partecipazione delle comunità. 
Decentramento, apertura e partecipazione sia nel nuovo partito che nel Piano del Lavoro.
Durante i mesi in cui infuriava il rigorismo a senso  unico del Governo Monti (che guarda caso rifiutava di misurarsi con le parti sociali) a chi mi chiedeva qualche riferimento rispondevo: "cercate il Ministro Barca: è l'unico che parla la nostra lingua." 

partito palestra

Ho avuto modo (e piacere) di conoscere Fabrizio Barca da Ministro della Coesione Territoriale. E di sperimentare dal vivo nel suo ufficio la "mobilitazione cognitiva" di cui parla nel documento sul nuovo PD.
50 seggiole messe a semicerchio su più file, tutte rivolte verso il muro, la scrivania del Ministro alle spalle. Presenze varie: altri ministri, dirigenti di ministeri, centri studi, agenzie di stato, professori e anche sindacalisti. Chi arriva si siede dove vuole. C'è cordialità fra persone che si sentono  chiamate a discutere"alla pari". Barca introduce brevemente il tema (di solito un progetto di spesa per l'innovazione di un'area o un distretto del Mezzogiorno). Chiunque ha qualcosa da dire si alza e parla. Chi parla ha di fronte a sé una carta geografica d'Italia piena di bandierine relative all'argomento in discussione. La vista della carta spinge a essere precisi e circostanziati: senza troppe chiacchiere. Il dove e il cosa fanno premio sul resto. Alla fine il Ministro tira le fila migliorando il progetto iniziale con gli apporti ricevuti.
Se è questo il modello del "partito palestra", debbo dire che funziona e dà soddisfazione perché fa sentire partecipi e attivi (anche quando si sta zitti).
 

sabato 15 giugno 2013

energie pulite e rinnovabili

La discussione è stata sincera: molte delusioni su ciò che è accaduto, richiami ai valori del passato ma anche disponibilità a rimettersi in gioco, a partire dal prossimo congresso. Per dare al PD nuove energie pulite e rinnovabili.C'è speranza e anche fiducia.
Io fiducia ne ho molto poca.
Il PD oggi è un malato terminale.
Non credo che basti cambiare il medico per risolvere il male. Non credo se ne esca con qualche restauro, senza passare per una costruzione da capo di un nuovo PD come partito aperto alle culture e volontà partecipative di oggi e non di ieri. La parola giusta sarebbe "Rifondazione", se non fosse un po' consumata.  
Non credo (non vedo) che il gruppo dirigente nazionale voglia o sia in grado di avviare un progetto di ricostruzione. Forse perché non ha le conoscenze per farlo (come dice Barca), forse perché ha obiettivi di mantenimento del potere personale che vengono prima di quelli della costruzione della casa comune. Meglio essere il capo di una piccola casupola litigiosa piuttosto che non un costruttore (tra i tanti) del nuovo grande condominio della sinistra. Così tutti si candidano a dirigere il PD senza dire che PD vogliono: uno spettacolo un po' penoso...

Forse si può iniziare dal basso.
Forse la ricostruzione va fatta dai territori (indipendentemente dal compromesso che uscirà dal confronto tra le factiones nazionali e i loro clientes locali).
Immagino un congresso in cui si ricostruisca localmente l'idea del PD casa comune della cultura riformista di sinistra. Un congresso in cui non si è subito parte del congresso nazionale (a prescindere), altrimenti si è di nuovo prigionieri delle lotte fra gruppi dirigenti e tutto finisce in fretta: anzi, ricomincia da capo.
Immagino un partito federale: costituiamo federazione provinciale del nuovo PD, poi aderiamo (non una volta per tutte) a un programma nazionale se e che condividiamo.
In Emilia questo esperimento di emancipazione da chi ha diretto fino a ora il PD è necessario (prima che tutto si dissolva),  a Ferrara è necessario e possibile.
Mettiamo nella ricostruzione del PD le energie pulite di cui, per fortuna, la nostra comunità è ancora ricca.





una discussione accaldata e sincera

Mi è piaciuto un passaggio di Barca sul nuovo partito (o nuovo PD): il partito deve essere separato dal governo (nazionale, regionale o locale). Non perché il partito debba limitarsi a fare il comitato elettorale e uscire di scena appena eletti i nuovi vertici istituzionali. Al contrario: perché da quel momento il governo è governo di tutti, il partito deve tornare a svolgere la sua funzione di sostenitore dei propri punti di vista (parziali) anche sul proprio governo.
Personalmente credo sia giusta questa visione separata delle due funzioni. Un conto è collaborare lealmente e confrontarsi apertamente in maniera costruttiva, tutt'altra cosa è sovrapporsi tra partito e governo: chiunque svolga funzione dominante si crea un pasticcio. Giusta la separazione ma difficile da praticare.
In Emilia Romagna non si pratica. Forse non si è mai praticata. Fino agli anni '70 erano le istituzioni a essere deboli e il partito a dominare governi e organizzazioni di massa. Poi le istituzioni hanno preteso e sono riuscite a governare tutto: sia il partito sia, in qualche caso, le organizzazioni di massa.
Ricostruire il PD nell'idea della separazione è cosa giusta. Farlo in emilia dove vi è una radicata cultura della sovrapposizione è ancora più difficile. Ma ancor più necessario se si vuole che il PD non sia solo un comitato elettorale.

Sabato 15 giugno, un bel giorno per ricominciare.
A Ferrara è venuto Fabrizio Barca a raccontare il suo progetto di ricostruzione del Pd.
Il centro sociale "Acquedotto" era pieno, malgrado il caldo.

Barca ha esposto a braccio il suo programma di ricostruzione del Pd insistendo sulla necessità di costruire un nuovo partito di sinistra per governare. Provo a riassumere. Governare non significa prendere decisioni dall'alto. Governare significa conoscere per decidere: sapere e saper fare. L'uomo solo al comando, i gruppi dirigenti autoreferenziali sono sbagliati perché non hanno le conoscenze compiute dei problemi di cui si vogliono occupare. Barca cita la TAV e altre esperienze di governo in cui si è sbagliato per presunzione di sapere e rifiuto di confronto con chi il sapere ce l'ha sui territori.
Il nuovo partito di sinistra (il nuovo Pd) deve essere aperto in modo da raccogliere i saperi diffusi, deve essere pronto al conflitto di idee, l'unico conflitto che produce innovazione.
Oggi nel Pd, su molti temi, non ci sono linee nazionali precise (scuola, ambiente, costituzione) perché non ci sono i saperi e non ci sono i confronti aperti tra idee diverse.
Il nuovo partito deve nascere dal basso per raccogliere i saperi e organizzarli in nuove soluzioni.
Nasce prima il partito, i valori identitari, la risposta alle emergenze o la visione?
Con il confronto cognitivo (una nuova palestra di saperi ed esperienze che si mettono in gioco) nasce tutto insieme.
(chi vuole avere un'idea più precisa e compiuta  del programma di Barca guardi "Viaggio in Italia" in www.fabriziobarca.it)