lunedì 8 luglio 2013

Province “agnello sacrificale”




Una discussione all’italiana

Quella sulle Province da abolire è una classica vicenda italiana contemporanea. Non si riesce a fare nessuna riforma seria e pensata con cura. La pressione dell’opinione pubblica cresce. La politica e il Governo decidono che qualcosa bisogna dare in pasto alle proteste. Si fa un gesto simbolico (non necessariamente coerente), poi ci si ripensa, poi si riconferma la decisione in attesa di ripensarci…

Le Province (come a suo tempo l’ICI) sono diventate agnello sacrificale di una politica che o non conosce i problemi veri o non vuole affrontarli (forse metà e metà).

In Italia ci sono più di 8000 Comuni. Troppi e moltissimi troppo piccoli per poter fornire servizi decenti alle loro comunità. L’idea di fonderne fra loro due o tre mila urta contro le storie e le culture di campanile. È un’idea giusta ma troppo lunga da realizzare: forse impossibile. Quindi, nel mondo reale, è indispensabile che ci sia un punto istituzionale di raccordo tra i Comuni piccoli. Per fornire massa critica alle loro attività di servizio e dargli voce nel rapporto con la Regione che altrimenti li ignora.

Se si dovessero davvero sciogliere le Province, un minuto dopo si dovrebbe progettare un Nuovo Ente Territoriale che possa svolgere funzioni di raccordo tra i comuni minori. Ha senso? No, non ha senso.

Non dico che si debbano tenere le province così come sono. Dico che si possono riformare in modo da farle costare di meno mantenerne una funzione utile.

La riforma funzionale (e genetica)  delle Province è molto semplice: se non c’è bisogno di funzioni esecutive di governo ma solo di coordinamento e rappresentanza, basta che i sindaci eletti in quel territorio compongano il nuovo “Consiglio” o Assemblea (o come si vuole) Provinciale. Senza compenso aggiuntivo, perché coordinarsi diviene parte delle loro funzioni istituzionali. Senza Assessori e Consiglieri aggiuntivi perché bastano gli assessori dei singoli Comuni e la loro (obbligatoria) collaborazione. Senza uffici e dirigenti perché si tratta solo di interconnettere quelli esistenti presso i Comuni. In questo modo si evitano anche le elezioni del Presidente e dei Consiglieri. Il Presidente sarebbe semplicemente scelto (eletto) dal Consiglio dei Sindaci, magari con mandato breve.

Non è una proposta nuova: se ne è parlato tante volte nelle varie audizioni presso Camera e Senato degli ultimi dieci anni. Non è una riforma che si presta a essere strillata ma può funzionare: senza costi e sovrapposizioni. Difficile immaginare, per questi stessi motivi, che il legislatore la farà propria. Si continuerà a sbandierare la soppressione delle Province mentre si strizza l’occhio a una loro possibile rinascita.

Infine, se dovessimo dire qual è la scala delle priorità, l’agnello sacrificale delle Province non è nemmeno il più grasso fra quelli esistenti. Forse si dovrebbe cominciare dalla riforma del bicameralismo perfetto e delle funzioni della seconda camera (con cui si può dare risposta allla rappresentanza delle comunità locali). Per non dire che forse, da punto di vista costi benefici, sarebbe bene ripensare la funzione legislativa ed esecutiva delle 20 Regioni e del loro rapporto con le istituzioni e le comunità locali. Io comincerei da queste: dai 1000 consiglieri regionali che sono pagati tre volte più di un sindaco (per non dire dei benefit) e lavorano dieci volte meno.

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