| dal Parco di Villa Piccolomini |
Nella bellissima cornice di Villa Piccolomini sull'Aurelia Antica a Roma, ieri si è tenuto un seminario sulle politiche economiche per la crescita, a partire dalla proposta del Piano del Lavoro della Cgil.
Questa è la nota che abbiamo illustrato con Riccardo Sanna dell'Ufficio Economico della Cgil nazionale.
A) Analisi
La portata recessiva e depressiva della crisi non ha precedenti. L’Italia subisce la crisi con un’intensità maggiore degli altri principali paesi industrializzati, registrando tassi negativi nella dinamica di tutte le principali variabili economiche. Ad eccezione di alcune imprese esportatrici, la crisi colpisce migliaia di imprese edili, manifatturiere, di servizio. Il sistema bancario soffre di carenza di liquidità e non eroga crediti alle imprese.
Tutti gli ultimi dati sulla
crescita e l’occupazione europea indicano incertezza nella ripresa. Anche immaginando
una possibile ripresa, in questo contesto internazionale, con l’attuale sistema
economico-produttivo italiano, il recupero dei livelli pre-crisi (2007) del
PIL, dell’occupazione e dei salari non potrà avvenire prima di molti anni. Prendendo
come riferimento le previsioni dell’Istat - senza elaborare modelli
econometrici originali - e proiettando nel tempo i tassi previsti per il 2014
del PIL reale (0,7%), dell’occupazione (0,1%) e delle retribuzioni di fatto
lorde reali (-0,4%), il livello del PIL pre-crisi si recupererebbe solo nel
2026, quello dell’occupazione non prima del 2076, mentre il potere d’acquisto
dei salari non si recupererebbe mai (essendo negativo).
Tale simulazione ha come scopo quello di ribadire che la cosiddetta
ripresa non può essere attribuita a una semplice inversione di tendenza. Per
uscire dalla crisi e aumentare la crescita potenziale, perciò, occorre un
cambio di paradigma nelle politiche economiche e sociali.
La centralità del lavoro nelle scelte di politica economica deve rispondere ai vuoti della domanda di cui soffre l’economia italiana. La creazione di occupazione può creare crescita, che a sua volta crea nuova occupazione. Il Piano del Lavoro proposto dalla CGIL si fonda sull’idea di rispondere alla crisi globale e al declino dell’economia italiana attraverso un forte sostegno alla domanda e alla riqualificazione dell’offerta, che avvengano proprio con un piano straordinario di creazione di nuova occupazione, attraverso nuovi investimenti pubblici e privati, verso l’innovazione e i beni comuni. Per questa via è possibile anche aumentare nel medio periodo il potenziale di crescita e di sviluppo del Paese precedente alla crisi.
La centralità del lavoro nelle scelte di politica economica deve rispondere ai vuoti della domanda di cui soffre l’economia italiana. La creazione di occupazione può creare crescita, che a sua volta crea nuova occupazione. Il Piano del Lavoro proposto dalla CGIL si fonda sull’idea di rispondere alla crisi globale e al declino dell’economia italiana attraverso un forte sostegno alla domanda e alla riqualificazione dell’offerta, che avvengano proprio con un piano straordinario di creazione di nuova occupazione, attraverso nuovi investimenti pubblici e privati, verso l’innovazione e i beni comuni. Per questa via è possibile anche aumentare nel medio periodo il potenziale di crescita e di sviluppo del Paese precedente alla crisi.
Di fronte a questa analisi purtroppo realistica (confermata dagli uffici studi di Confindustria e Confcommercio) la Cgil avanza la proposta del Paino del Lavoro.
B) Proposta
Il Piano del Lavoro della Cgil intende avviare una crescita economica e dell’occupazione trainata dal lato della domanda e, indirettamente, qualificare l’offerta (industrie, servizi, banche, PA ).
Il Piano del Lavoro della Cgil intende avviare una crescita economica e dell’occupazione trainata dal lato della domanda e, indirettamente, qualificare l’offerta (industrie, servizi, banche, PA ).
Non una domanda purché sia: investimenti e consumi di innovazione
e qualità (il Piano è Keynesiano e Schumpeteriano insieme: interventi mirati e
selettivi).
Non un lavoro purché sia: ma ricco di saperi, qualificato,
aperto alle capacità e competenze, tutelato anche se flessibile e autonomo.
Partire dalla domanda significa partire dalle arretratezze del Paese (molte) e dalle potenzialità: per noi la domanda si declina in bisogni dei territori, delle comunità e delle persone.
I bisogni prioritari: riassetto idro-geologico, rischio
sismico, sicurezza scuole, TpL, ICT, logistica, ciclo rifiuti, risparmio
energetico, bioedilizia, green e blue economy, bonifiche ambientali, istruzione,
assistenza anziani, diffusione omogenea Lea, patrimonio artistico, ecc.
Il Piano non è un Gosplan che il Governo scrive una volte per tutte e per tutti e nessuno applica, nemmeno tanti piani di settore: si articola in Indirizzi programmatici nazionali, Priorità Regionali, Progetti Operativi Territoriali; in questo senso è un’evoluzione decentrata di “Industria 2015”.
Il Piano è proposto e sollecitato da un confronto nazionale con il Governo e dalla contrattazione territoriale con Regioni e Comuni.
Il Piano è aperto fin dalla fase ideativa e realizzativa a forze sociali, imprese, istituzioni, Università, ricerca, associazioni disponibili a livello territoriale: necessita di partecipazione e diffonde responsabilità.
Il Piano è immaginato su risorse esistenti (dati un riequilibrio interno al gettito tributario e una maggiore flessibilità del patto di stabilità): fondi europei non spesi, revisione finalizzata spesa pubblica, Cassa Depositi e Prestiti, Fondi comuni investimento, ecc.
Il Piano muove da una spesa pubblica che coinvolge investimenti privati sui Progetti Operativi concordati e su domanda pubblica che dà certezze di modalità e tempi (senza essere finanziata dal pubblico).
L’attuazione del PdL è favorita da una politica europea espansiva ma può anche avviarsi in attesa: la Cgil propone la mutualizzazione di parte del debito di tutti i paesi. Il PdL facilita la definizione di un riassetto istituzionale, di una riqualificazione anche contrattuale del mercato del lavoro, di una riorganizzazione del welfare e della Pubblica Amministrazione a partire da buone pratiche.
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